Presentazione ”Latte, Sangue, Buio” e “Divina Carne” di Massimiliano Geraci

La ricerca artistica di Massimo Paganini ruota attorno al corpo come macchina desiderante, nodo di pulsioni e passioni i cui ritmi, ascesa e discesa, contrazione e distensione, formano un groviglio di affezioni che precedono ed eccedono il binomio classico di amore e morte. Groviglio che Paganini, più che definire, sceglie di evocare attraverso l’alternarsi ritmico di tre colori ricorrenti, il rosso, il bianco e il nero.
Questa scansione in cromie essenziali, l’inseguire se stessi lungo la dinamica del desiderio, eccitazione-scarica-quiete, attraversa tutta l’opera di Paganini: fotografia, disegno, installazioni.
Se nel bianco il corpo si dilata, tende a disciogliersi, a perdersi, a confluire nel tutto, nel rosso è lo sprofondamento della carne che si rivolge in se stessa, che parte dal proprio limite per continuare a cercare dentro, oltre, al fondo. Il nero, invece, chiude le membra come in un pugno: nel nero il corpo si erge e cerca la massima tensione per approdare all’eterno, o anche soltanto al momento successivo.
Nel colore e nel segno di Paganini la materia del corpo è inseguita, combattuta, perduta, ritrovata, in una tensione muscolare continua: si tratta di una tensione erotica e atletica insieme, detonante e liberatoria come una risata, che lascia vedere il suono sudato della carne, ma come soffocandolo, trattenendolo, al limite esalandolo. Come nello spazio sacro dell’hammam, luogo prediletto dall’artista, i corpi di Paganini si lasciano andare. Avvolti in volute di vapore – ancora un bianco deliquio –, si abbandonano a una passività positiva, ma non senza aver prima goduto. E così lo sguardo di chi li osserva, a cui è chiesto di lasciarsi andare, di “farsi fare”, oppure, che è lo stesso, disfarsi.
Disfarsi del corpo e degli apparati sensori ma anche disfarsi del carboncino (per essere precisi, salice decorticato, seccato e “cotto in sottovuoto”) che, nelle stesse parole dell’artista, “accarezza la carta, che diviene essa stessa come di carne al suo passaggio, esalando un soffio di fuliggine impalpabile, o la frusta spaccandosi al contatto con la superficie, sgretolandosi su se stesso in un franare di briciole salvate nel palmo semichiuso della mano.”

Il disegno di Massimo Paganini non è statico, è segno nel suo farsi, gesto. Dinamismo rallentato e contratto, fissato nell’istante fluido dall’alchimia della fusaggine incarbonita, carne mineralizzata o minerale carnoso.
Gli umori viscerali, le tensioni muscolari, il guizzo teso come un arco dei tendini, emergono per sottrazione, come se il carboncino, invece che fissato, venisse raschiato via da un nero compatto primigenio.

La ricerca estetica moderna in occidente ha teso a contrapporre disegno e colore. In generale, il colore significa evocazione, apertura all’immaginazione, movimento nel tempo e nello spazio, emozione ed espressione tesa fino allo straripamento. Ma anche ornamento, artificio, trucco, inganno. Il disegno, più in generale il segno, funzionano come strumenti di precisione, chiarificazione, veridicità, definizione formale, concettuale e ideologica. Se il colore è viscerale, il disegno è epidermico. Quel che il colore trasporta e allontana, il disegno blocca e chiude. Tuttavia, come nelle parole di Baudelaire, “un buon disegno non è una linea dura, crudele, dispotica, immota, a racchiudere una figura come una camicia di forza; […] il disegno dev’essere come la natura, vivente e mosso. Le fusaggini su carta di Massimo Paganini incarnano proprio queste qualità, confondendo le distinzioni binarie del bello moderno di cui ancora subiamo l’eredità.
Paganini ritrae figure femminili prendendo spunto da immagini reali; attratto dalla pelle dell’immagine e convinto che sia il disegno stesso a farsi pelle. Ma i “fermo immagine” da cui trae spunto, piuttosto che trasportare lo sguardo in una dimensione trascendente, comunicano uno sprofondamento che smorza del disegno il carattere chiarificatore, trasportandolo in una dimensione primordiale, umida, porosa come gli orgasmi femminili che rappresenta. Seguendo il corpo che diventa membrana nel momento dell’orgasmo, la pelle del disegno è epidermica perché è allo stesso tempo anche viscerale, convessa e concava insieme. Un segno che sfida gli equilibri e lo sguardo che insegue le linee avvoltolandosi su se stesso come su una striscia di moebius, un momento sei dentro e chissà come sei fuori.
Quest’esigenza di spazio che s’inguaina e si flette, che rifrange lo sguardo oltre la superficie dell’immagine, Paganini la esprime pienamente nella serie “Volumi”.
Strutture pittoriche, altorilievi cromatici che si avvalgono di tecniche di stampa digitali per bisogno di uscire dalla bidimensione.

Il plexiglass su cui è stampato il disegno si proietta, rubefatto, sul fondo e al tempo stesso lo assorbe, creando un insieme di flussi tonali e ombre che si inseguono rendendo tridimensionale il quadro. Proiettando architetture che generano una fluttuazione percettiva; che intrattengono, ancora una volta, un rapporto di risonanza esperienziale – giocato stavolta anche sul piano formale – con l’hammam (“cattedrale di marmo e vapore” come Paganini ama definirlo), con le sue nicchie laterali per i massaggi, ancora più intime e calde, ancora più uterine e amniotiche.