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No minds land – Stones

In terra etrusca di Toscana, nelle spiagge di Baratti a Populonia, dove le pietre di cui è intriso il paesaggio non smettono di raccontare le loro Storie, Massimo Paganini prepara – letteralmente – le sue pietre, depone il suo segno, una traccia di sé: consegna all’archeologia futura frammenti fatui di antropologia contemporanea.
Già, i supporti che Massimo Paganini prepara con poliuretano espanso, garze e gesso, mimano pietre levigate dal mare, sono morbide masse che seguono il flettersi dei corpi, lo scivolare di una spalla nel sonno, la parabola interrogativa d’un calcio al pallone, l’estasi liquida d’una natica asciugata dal sole. Ma parlano anche d’altro, questi ciottoli quasi privi di peso. Sono espressione del chiasso dei segni, la rifrazione caleidoscopica della cultura pop contemporanea che incontra gesti atavici – il bagno, il lavacro – e stordisce di luccichii eterei.
I soggetti sono filmati usando un iPhone, i frame manipolati con Photoshop, le scene composte al computer e stampate su carta transfer, come quella dei finti tatuaggi venduti da cinesi e nigeriani sulle stesse spiagge, in un moltiplicarsi di tecniche e tecnologie riproduttive, analogico e digitale, manuale e immateriale, in un riverbero d’infingimenti, simulacri di presenza che trasfondono il mondo d’una luce azzurra, inacidata, zuppa di irrealtà, o di Visione, di immanenza e di imminenza: immagini congelate, quelle che Paganini ha proiettato sui suoi sassi, spalmate di pastelli ad olio, ma che al tempo stesso fanno presentire che c’è qualcosa sul punto di accadere.
Antropologia contemporanea, dicevamo. O, piuttosto, etologia.
Lo sguardo artistico dei Paganini si è spostato dai corpi che esprimono tensione (nei precedenti cicli “Divina carne”, fusaggini su carta remixata; e “Latte, sangue, buio”), la tensione idraulica del desiderio: eccitazione/scarica, alla rilassatezza, sul punto di evaporare, di un'intimità forzata, esibita a volte.
Le spiagge: spazi pubblici a vocazione privata dove vengono inscenati senza ritegno teatrini animali. Una calca entropica che si rinfresca, telefona, sbrana, barrisce, si disseta, abbassando ogni difesa “civile”, saltellando incurante, al di là e al di qua, del confine tra ribalta e retroscena – anche questa è cifra del nostro tempo –, i corpi ormai trasfigurati, lo stesso colore della pelle, del cielo della terra e del mare (solo gli oggetti prodotti dall’uomo hanno cromie diverse): un mare azzurro cotto dal sole, pronto a raccontarci le sue storie.